27 dicembre 2012

Soggetto-virgola-verbo


Chi parla male pensa male. E vive male.

30 maggio 2012

Cogli l'attimo


A me il problema non pare tanto sia se organizzare o no la parata militare questo 2 giugno, che è davvero vicino: non si improvvisa in quarantotto ore la sagra dello gnocco fritto, figuriamoci una Festa della Repubblica. Spero naturalmente ci siano ancora i tempi per poter dirottare le forze dell’ordine dove ve n’è bisogno, ma non conosco la risposta.

Al di là di questo, comunque, penso che sia un’ottimissima occasione per rimettere in discussione come questa ricorrenza venga celebrata, anche e soprattutto per gli anni a venire, terremoto o non terremoto: siamo sicuri che l’unico modo che ci viene in mente per festeggiare la Repubblica Italiana sia quello di far sfilare l’esercito davanti alle autorità in stile Piazza Rossa dei bei tempi andati (mettendo peraltro in scena il più frusto cliché freudiano su potenza sessuale e politica)? Che poi, manco c’avessimo Leni Riefenstahl, si vedono certi squallori.

E tutto questo a me, considerando che siamo nel 2012, pare non tanto anacronistico quanto un po’ stupido.

06 maggio 2012

Del nostro meglio


Mi si chiede un commento sull'ormai nota notizia del "seminario scout omofobo" (in cui sono state affermate parole perfettamente consequenziali a quanto affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, quindi a rigore pure una non-notizia).

Mi limito a commentare che nei cinque anni che io stesso ho passato negli scout, e proprio cinque anni a ridosso dell’adolescenza, non ho mai sentito neppure una volta parlare di omosessualità (se si fa eccezione, naturalmente, dei goliardici “fisiologici” commenti tra ragazzi). E ho sentito parlare di tutto il resto, ça va sans dire

Quando hai quattordici anni e ci si rivolge a te dando per scontato che tu sia in un certo modo, ti sembra di sentire il peso di tutto il mondo gravare sul dito che vorresti alzare per dire «ma, veramente io non»: per un'associazione che promuove la fratellanza e l'accettazione è una mancanza non da poco.

E se ne scrivo ora è solo perché, nonostante la notizia sia già diventata vecchia e abbia pure ricevuto un'eco maggiore di quanto ci si potesse aspettare, ad oggi dall’AGESCI non è arrivata ancora alcuna presa di distanza. Probabilmente non ne sentono il bisogno.

23 aprile 2012

Oh, Dimitri

Vai al cinema a vedere la semi-diretta dal Metropolitan della Traviata con la Dessay (lei adorabilmente istrionica come sempre, tu col cuore spezzato per la sua voce già a metà viale del tramonto) e ti ritrovi spiazzato con un Germont padre più bello del figlio.

Dmitri Hvorostovsky, dalla Russia con fulgore. (E quel tanto di pacchianeria che in questi casi non guasta.) Insomma, shock


Ma la notizia è un'altra.

E cioè che per la prima volta nella storia a Watkin, di famigerati gusti al limite del legale, fa sangue uno con i capelli bianchi. Così, senza nemmeno passare dal brizzolato.

La magia del teatro, dove l’impossibile accade.

17 aprile 2012

Quando sei tu a vedertelo davanti

Beh, c’è gente che riesce a mangiarsi la terra con tutta la gente che c’è sopra, come le locuste della Bibbia. Poi ci sono quelli che se ne stanno lì, a guardarli mangiare… E mi sa che non è giusto stare lì a guardare.
Lillian Hellman, Piccole volpi, 1941
Era passata mezzanotte, ed eravamo davanti al portone di un dormitorio universitario di Watkinville, in centro.

Io e il mio ragazzo CClaude avevamo appena visto Piccole volpi al cinedive (che non è un cineforum tematico sui tuffi, ma sulle dive) ed eravamo rimasti lì fuori a chiacchierare con due amici. Ad un certo punto da lontano in fondo alla strada arrivano degli schiamazzi: è un gruppo di dieci, quindici ragazzi della nostra età. Hanno evidentemente bevuto e vengono verso di noi. Non che la situazione mi faccia sentire proprio a mio agio, essendo la strada per il resto deserta, ma certo non è il caso di allarmarsi: in fondo tutti noi quattro siamo adulti.

Si avvicinano, e arriva un'offesa urlata verso di noi: uno dei tanti sinonimi di quello che in fondo noi quattro siamo, omosessuali. Pensate al più feroce che usa dalle vostre parti, e considerate quello.

Non è un solo ragazzo, a gridarcelo: iniziano in sei, sette, otto, non saprei dire, ricordo abbastanza confusamente un vortice di volti e braccia agitate attorno a noi. Perché nel frattempo ci avevano accerchiato, dileggiandoci muso sul muso, urlandoci che avremmo passato la notte a fare pompini, mimandoceli in faccia, frenetici, col pugno davanti alla bocca spalancata, chiedendoci chi avrebbe fatto cosa a chi. Voglio che sia chiaro, non si è trattato di ragazzi che passando ci hanno gridato ‘a frocioni: era un gruppo che ci ha messo spalle al muro, una dozzina contro quattro, con la sicurezza d’impunità che hanno i bambini eccitati.

So di non aver avuto una reazione encomiabile, ma immagino comprensibile: sono entrato nel portone implorando il mio ragazzo e i miei amici di fare altrettanto.

CClaude, affidandosi alla sua francesissima fiducia nelle istituzioni, ha invece reagito diversamente: senza muoversi di un passo ha preso il cellulare e chiamato i carabinieri. E in effetti si è rivelata la cosa giusta da fare: prima gli elementi “più moderati” del gruppo hanno iniziato a buttarla sullo scherzo trattandoci, con un sorriso strafottente sulla bocca, da esaltati che non sanno dare il giusto peso ai gesti di pochi ubriachi notturni. Poi, vedendo che la telefonata non solo era reale ma proseguiva, l’intera comitiva si è sciolta come un ghiacciolo al sole: partito un telepatico “rompete le righe” nel giro di venti secondi non c'era più nessuno. Tranne noi e i nostri amici, che erano rimasti praticamente immobili.

Io invece avevo avuto paura. Quando un ubriaco ti urla odio in faccia, la violenza fisica può essere dietro l’angolo: non puoi prevedere come l’altro risponderà alle tue parole se ribatti qualcosa, o al tuo silenzio se lo guardi senza dir niente. Insomma, semplicemente io avevo paura di essere picchiato (succede, un sacco di volte).

E vi assicuro che in quei momenti senti di fronte a te un colosso immenso, una società torreggiante che ti vorrebbe diverso, che non ti aveva previsto e non vuole considerarti degno di protezione. Tocca a te spiegare al colosso, che lo vuole ardentemente sapere, che non ti stavi baciando, non stavi facendo sesso, che non sei effeminato, che non stavi “facendo capire che sei gay” in mezzo ad una strada di notte; tutte cose che ai suoi occhi in un certo modo influiscono sul piatto della bilancia. Tocca a te spiegare perché c'entri l’omofobia e spiegare dov’è la differenza con una “ordinaria” aggressione verbale. Il colosso, nel frattempo, non riconosce le aggressioni di quei ragazzi come più gravi perché rivolte ad una minoranza proprio perché tale. Non riconosce l’esistenza dei tuoi sentimenti, non riconosce il diritto a voler far parte di una società anche per mezzo di essi. Non riconosce il tuo diritto a mettere su una famiglia, a pagare meno tasse (mai pensato che, al netto delle agevolazioni dirette e indirette, in Italia esiste di fatto una tassa sull’omosessualità?).

Ma per il momento si può fare poco, e insieme tanto. Perché l’arma più potente che abbiamo è quella usata da CClaude: non tacere. Sì, i carabinieri saranno pure non venuti, ma comunque lui non è stato in silenzio e, guarda caso, ha funzionato.

Spesso si sente dire, da chi difende lo status quo, che i diritti LGBT non sono importanti perché in fondo non coinvolgono una fetta così significativa della popolazione; c'è anche chi è convinto di vedere i gay solo una volta l’anno, «durante il gay pride». Ecco, io sono convinto che questa nazione non si troverebbe a questo punto se l’essere gay si leggesse in faccia, se fosse come il colore della pelle: ho visto troppa persone cambiare da sole opinione dopo essere venute a sapere che il familiare, il compagno di classe, il collega fa parte di “quelli lì” che si pensavano esistenti solo al cinema o alla televisione per non pensare che il problema alla base di tutto sia proprio il silenzio. Quindi fate coming out, non tacete se qualcuno fa una battuta omofoba, non tacete se qualcuno vi parla dando per scontato che abbiate la ragazza (o il ragazzo, se siete femmine), non tacete se qualcuno dice una cosa falsa.

Perché la vecchia domestica nera di Piccole volpi aveva ragione: non è per niente giusto «stare a guardare» mentre gli altri «si mangiano la terra con tutta la gente che c’è sopra». Non tacere.

E potete iniziare subito partecipando al sondaggio della European Union Agency, che prende meno dei 20 minuti annunciati: non sarà gran cosa per la vostra giornata, ma sicuramente sarà un passo nella direzione giusta.

13 aprile 2012

Voglio andare a vivere a Dallas


E insomma, c’è questa nuova sublime serie che si chiama GCB.

All’inizio si chiamava per esteso Good Christian Bitches, ma poi delle associazioni religiose hanno protestato e quindi stavano per ribattezzarla Good Christian Belles. Ma alla fine no, e in effetti le iniziali sono molto più belle: ognuno ci legge quello che gli pare e amen.


È ambientata in Texas nell’ambiente delle giovani (le vecchiarde qui sopra non saranno rappresentative, ma erano troppo favolose per non mostrarvele) e ricchissime, repubblicanissime, cristianissime. falsissime mogli di finanzieri e petrolieri: che come  dire, la più pulita c’ha la rogna. La trama: la ex stronza dei tempi del liceo torna in città e le regine del vicinato le preparano il benvenuto. E lei è quella buona. Tutto attorno, ville con scalinate corinzie che potrebbero ospitare un carrarmato, barbecue di dimensioni tali da far apparire miseri i nostri matrimoni meridionali, mises partorite dai peggiori incubi fotonici di Dolly Parton, chirurgia plastica come se piovesse, la messa domenicale come fulcro irrinunciabile di ogni vita mondana, Kristin Chenoweth cattiva (e qui non servono altri aggettivi).

Ma la cosa più straordinaria sono forse i comprimari maschili: da chiudere gli occhi, allungare la mano e afferrarne uno a caso. Mariti, rancheros, figli, fratelli, tutto fa brodo.


Persino il prete è un tocco di bendiddio. Ed è qui, quando vedo che una serie simile viene realmente prodotta, che inizio a temere che la lobby gay esista davvero.

11 aprile 2012

Bleak House

Alla morte dell’ultima proprietaria la villa era stata lasciata intatta: i mobili, i libri e i vestiti, ma anche le piante in vaso, lo spazzolino sul ripiano del lavandino, il cibo e le bevande in cucina, nulla allora era stato toccato. Chissà se da qualche parte c’era anche una boccia di pesci rossi.



Percorro un giardino d’inverno dalle linee neogotiche, con tende e paesaggi disegnati sulle pareti. Una veranda, una macchia di bambù, un giardino inselvatichito che sfuma nella foresta che lo circonda. Persiane, una fontana vuota, un tappeto di vetri rotti che scricchiolano tra le erbacce, una porta scassinata. E una serie di ampi saloni col soffitto e le pareti dipinte, cavernosi e ancora lussuosi seppur feriti. Non è stata solo opera di vandali di paese: la ringhiera in ferro battuto dello scalone principale è stata accuratamente smurata dai gradini di marmo e portata tutta via, fino all’ultimo piano. Professionisti dell’antiquariato. E la stessa fine devono averla fatta i mobili, i quadri, i serviti, i soprammobili, i lampadari. Di sicuro la casa non è stata svuotata dagli eredi: lo prova il manto di vestiti, cartacce, riviste, libri, sudicio che ricopre il pavimento di ogni stanza, con i cassetti penzolanti come lingue d’impiccato dai pochi comò (non a caso di poco valore, non a caso solo nelle stanze di servizio), i fili delle appliques recisi. Non è rimasta una sola libreria, né una sola posata. Vasi con aspidistre morte, alcune ancora con sfumature verdi. Les dieux ont soif, Anatole France 1926, leggo sulla copertina d’un libro calpestato nell’ingresso; per il resto, sono rimasti solo innumerevoli Urania o Gialli Mondadori. Sempre per terra, un album di modelli per ricamo stampato a Parigi con segnata a mano una data del 1909. Un magnifico divano ottocentesco sfondato, un paralume di vetro e ottone che doveva apparire modesto a confronto di quelli scomparsi. Dicembre 2006, recita il calendario in cucina, mentre accanto un vaso di vetro reca come in filigrana delle foglie di oleandro, lì seccate fino a polverizzarsi. E al piano di sopra, un amplissimo salone completamente svuotato di ogni tappeto, di ogni mobile, di ogni lampadario (la catena penzoloni, uno scaleo nell'angolo), lasciato nudo con le sue ricche pitture parietali di gusto borghese. Sulla decorazione di un muro è stato inciso a lettere cubitali «SATANA».

Aggrappata alla ripida parete di una montagna, si tratta di una di quelle case labirintiche fatte ad ali e sezioni che si intersecano, finestre che danno su altre finestre e scalette di servizio che salgono o scendono ripidissime, talvolta a chiocciola, mettendo in collegamento terrazze con corridoi, stanzette con saloni, offrendo la vista di gabinetti laterali quasi posticci incoerentemente anni ‘70. Ci si può perdere. Ecco le stanze da letto: per terra ancora una coltre di vestiti di signora, costumi da bagno, fotografie di primo Novecento, foulard, santini, lettere personali, bollette degli anni ‘50, un mobile da toeletta con lo specchio imbrattato di creme e fondotinta secchi, un pacco ancora lucente di pannoloni per anziani. Un foglietto scritto con bella grafia mi dice l’inventario della biancheria di un armadio, di cui non c’è più alcuna traccia. Chiudo le imposte di una finestra. Nelle altre stanze, ormai di irriconoscibile funzione, immense cataste di libri tascabili, di numeri della rivista missina Il borghese. Tutti i locali sono decorati, anche quelli più remoti e di uso più modesto: magari con un solo fiore dipinto per parete, o con un delicato motivo a strisce. Nelle soffitte ci sono ancora centinaia di quelle damigiane, bottiglie e barattoli di vetro che in certi mercatini d’antiquariato a Londra o Parigi costano già uno sproposito. Gabbie per uccelli, ritratti fotografici ottocenteschi, corbelli, cacca di pipistrello, qualche “prete” (quei pericolosissimi trabiccoli che servivano a tenere sollevate le coperte del letto mentre una fiammella le riscaldava all’interno: l’impressione era che vi stesse dormendo una persona panciuta, da qui il nome). Uno di quegli enormi divani circolari con lo schienale formato da una colonnina nel mezzo, riposto smontato, ormai marcio, mi dà l’idea di che tipo di arredamento ci fosse di sotto prima della razzia. Lo stesso vale per i pochi sparuti servizi di piatti rimasti nelle cucinette dei piani alti: gli scaffali desolatamente vuoti della cucina principale, attorniati da cocci prodotti da chissà quali mani frenetiche, parlano da soli. Nell'unica, enorme, vetrina da salotto rimasta vi sono solo una decina di bicchieri di cristallo; per il resto è vuota. Scopro un grande vassoio laccato in stile giapponese, con i bordi scrostati dall’umidità. Quante cose belle ci sono ancora. E chissà quante cose belle ci saranno state, prelevate con meticolosità da gente esperta o sgraffignate da quasi inconsapevoli ladruncoli, quando semplicemente non distrutte dall’abbandono.

Esco, senza aver toccato niente, e sarò scosso per tutto il giorno. Mi sembra di aver appena visitato una silenziosa, pessimistica metafora dell’Italia.

04 aprile 2012

E taccio sul vestiario

Il senso di desolazione, di vuoto, di puzzo di fumo che sale da questa galleria di foto («è come se la telenovela piemontese fosse andata al potere», letta su Tumblr).

La libreria a scomparti con i vani vuoti, salvo qualche foto incorniciata e soprammobile souvenir. Libri non ce ne sono, perché evidentemente è una di quelle case in cui i libri se ne stanno nascosti in qualche stanza poco vista dagli ospiti, non sta bene esporli, nemmeno l’enciclopedia Conoscere. Talvolta si rimedia con il servito di tazze con il bordino d’oro e il fiorellino sul fianco, almeno nello scomparto con lo sportello di vetro. Qui no, si intravede solo un cilindro rosso che potrebbe essere tanto una lattina di Coca-Cola quanto un lumino da cimitero.

Televisore grosso in salotto, televisore piccolo in cucina. I quadri con il mare blu pappagallo o le composizioni astratte dipinte dal compagno delle medie bravo a disegnare, il tavolo da cucina espandibile in formica simil-legno, il tavolo del salotto coperto dal mollettone a fiori, il divano con i convolvoli rossi per dare un po’ di leggerezza (e menomale ci riesce, non oso pensare altrimenti), fino al capolavoro: il mobile da cucina. A prima vista sembra che vi sia stato un incendio, che una lingua di fuoco abbia bruciato la plastica per più di un metro. Ma poi guardando meglio si intravedono delle foglioline, dei fiori rosacei: è una decorazione con sfumature brune sullo sfondo, un po' giapponesizzante, un po' rustica. Quella poetica della natura semplice e dimessa alla Hiroshige. O forse no, ha davvero preso fuoco e i tralci sono stati dipinti per mascherare il danno. 

Elementi che presi singolarmente si potrebbero ritrovare in tante case, anche nelle nostre, comprese le guarnizioni in gomma messe sugli spigoli dei mobili per proteggere il cranio dei bambini. Con una sostanziale differenza: da noi hanno funzionato.

02 aprile 2012

Svegliatevi bambine


Questo finesettimana, causa genitori venuti a trovarle, le studentesse del palazzo di fronte hanno tolto l’albero di Natale dal terrazzo. Che giaceva lì, disteso, con il vaso rotto e la terra sparsa, da fine gennaio. Morto.

E all'improvviso, è primavera!

24 marzo 2012

Spoiler


Tornati dal cinema, accendiamo distrattamente la televisione mentre beviamo un qualcosa prima di salutarci. C’è un dibattito (o talk-show?) in corso sui matrimoni gay. Come difensori della causa ci sono Paola Concia, Franco Grillini e una coppia formata da due ragazzi, da poco sposatisi all’estero. Ovvero la solita lesbica, il solito gay e altri due gay

E subito spengo la televisione, ancor più che infastidito, proprio furioso. 

Perché fino a che, anche e soprattutto per le parti politiche che essi rappresentano, i soli deputati (in tutti i sensi) a difendere una questione di diritti potranno essere solo gli omoessuali è inutile parlane. Finché gli etero considereranno la questione come qualcosa che non li riguarda (d'altronde, non è così?), non mi interessa la trama, tanto so già come va a finire: non se ne farà niente. 

Così come non se ne sarebbe fatto niente, dei matrimoni interraziali nell’America del ‘900, se a ritenerli un diritto fossero stati solo i cittadini di colore. O meglio, i negri.